David Biello: In seguito all’annuncio del pensionamento del dottor Fauci, Direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases a fine anno, l’ho invitato per una conversazione sul futuro della pandemia da COVID-19, a riflettere sulla sua carriera e sul futuro della sanità pubblica. Diamo il benvenuto al dottor Fauci di Brooklyn. 
Anthony Fauci: Ciao David, è un piacere essere qui, grazie per avermi invitato. 
DB: Grazie a lei per aver accettato l’invito. 
La mia prima domanda è molto semplice. Siamo alla fine della pandemia da COVID-19? 
AF: Ci sono molti fraintendimenti riguardo al significato della parola “fine”, che assume significati diversi a seconda delle persone. Credo che lei faccia riferimento al recente commento del Presidente. Se si riferisce alla fase  fulminante della pandemia, con cifre che andavano dagli 800.000 ai 900.000 casi infetti al giorno e dai 3.000 ai 4.000 morti al giorno, questi dati risalgono a diversi mesi fa. Oggi, siamo messi molto meglio di allora. Quindi, sotto questo aspetto, la fase fulminante della pandemia ce la siamo lasciata alle spalle, ma, come il Presidente ha chiarito nella seconda parte della sua frase e che i dati non sembrano confermare, è che abbiamo ancora molto da fare. Abbiamo ancora una sfida davanti, dobbiamo vaccinare le persone. Abbiamo ancora molti casi. Si registrano 400 morti al giorno. È un numero inaccettabilmente elevato. Quindi, è una questione di definizione semantica. Non vogliamo dare l’impressione che non ci sia più molto da fare. Dobbiamo portare il contagio a un livello decisamente più basso dell’attuale. Sicuramente, dobbiamo ridurre il tasso di mortalità. Dipende dalla definizione  semantica della parola “fine”. 
Addentriamoci allora nella semantica. Quali sono le condizioni necessarie per la fine della pandemia? 
Questo è un appello che è stato ufficialmente lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Io e i miei colleghi, più di dieci anni fa, a causa della mancanza di chiarezza sulle diverse interpretazioni individuali riguardo al significato di “pandemia”, scrivemmo un articolo sul Journal of Infectious Diseases in cui parlavamo della varietà di interpretazioni. Si tratta di un fenomeno diffuso? È la diffusione in tutto il mondo a renderlo ufficialmente una pandemia? O la diffusione e il rapido sviluppo a renderlo tale? O ancora la diffusione di un fenomeno che provoca gravi malattie? Il significato varia da persona a persona. Quindi, anziché dare una definizione, che è la mia contro quella di un altro, dovremmo attenerci a quello che dice l’OMS. Per usare le parole del dottor Tedros, stiamo vedendo la luce alla fine del tunnel. Anche questo potrebbe essere interpretato nel senso che, se le cose stanno così, siamo arrivati alla fine. Ma, di nuovo, cosa vuol dire “fine”? David, c’è un sacco di semantica qui. Per non creare confusione, preferisco dire che ci sono ancora molti casi, che abbiamo ancora 400 morti, che solo il 67% della popolazione è vaccinato. Dobbiamo fare di più. Di quella percentuale, solo la metà ha ricevuto un’unica dose. Come nazione, siamo indietro rispetto ad altri paesi sviluppati e perfino rispetto ad alcuni paesi a basso e medio reddito, per quanto riguarda il numero  di vaccinazioni effettuate. Quindi, da questo punto di vista, abbiamo ancora molto da fare. Questo è esattamente quello che ha detto il Presidente. 
DB: A proposito di vaccini, cosa consiglia? So che ora sono disponibili i bivalenti. Quali vaccini consiglia di fare e quando è giusto farli? AF: Innanzitutto, occorre  fare il primo ciclo, ed è a quello che mi riferivo quando ho detto che solo il 67% del paese l’ha fatto e che per lo più, salvo alcune eccezioni, è un vaccino a mRNA, Moderna o Pfizer, somministrato ovunque a 3-4 settimane di distanza come ciclo primario. Poi c’è la questione dei richiami. A questo punto, per essere chiari, ad oggi i bivalenti BA.4-5 come dosi booster o i vaccini aggiornati, per usare una terminologia migliore, sono disponibili in tutto il paese. Ne abbiamo ordinato 171 milioni di dosi. Chi dovrebbe farlo? Chiunque sia vaccinato con il ciclo primario e non abbia ricevuto una dose per più di due mesi, dovrebbe farlo. Ad esempio, se la mia ultima iniezione risale a luglio, a settembre, cioè due mesi dopo, dovrei fare il bivalente. Se si è contratto il virus tre mesi fa o anche prima, bisognerebbe fare il vaccino aggiornato. 
Faccio un esempio per far chiarezza agli spettatori. Ho contratto il virus a fine giugno di quest’anno, anche se ero stato vaccinato. Fortunatamente, essendo vaccinato, il malessere è stato relativamente lieve. Alla mia età, se non fossi stato vaccinato, gli esiti avrebbe potuto essere piuttosto gravi, visto che gli anziani sono più soggetti a contrarre la malattia in forma grave. Quindi, se partiamo da fine giugno, contiamo fine luglio, fine agosto, fine settembre. Programmo di fare il bivalente aggiornato BA.4-5 tra  la fine di settembre e la prima settimana di ottobre. 
DB: Lo trovo un consiglio molto utile. Lo seguirò sicuramente. Come sta affrontando questa fase della pandemia? Quali precauzioni prende, se ne prende? 
AF: Certo che continuo a prendere precauzioni. È importante che mi abbia fatto personalmente questa domanda perché i rischi della gravità del contagio variano da persona a persona. Sono una persona relativamente in salute, ma sono anziano. Ho 81 anni e ne compirò 82 a dicembre. Statisticamente, sarei esposto a un rischio più alto. Per quando riguarda le precauzioni che prendo, la prima è l’aggiornamento delle mie vaccinazioni. Quando vado in un posto affollato e in un ambiente al chiuso, dove ci sono molte persone di cui ignoro lo stato di salute, le vaccinazioni o altro, indosso per lo più la mascherina. Quando invece mi trovo con persone di cui conosco lo stato di salute, che si sono vaccinate da poco, o che si sottopongono al test prima di entrare, posso invitarle a cena da me o andare a cena insieme da un amico, senza problemi. Se vado in posti affollati, in aereo, anche se non è più obbligatorio, se devo fare un lungo o anche breve percorso in aereo, essendo una persona anziana e, come tale, particolarmente esposta, indosso la mascherina in aereo. 
DB: Cambiando discorso o facendo un passo indietro, il susseguirsi di pandemie è la nuova realtà? Abbiamo avuto l’epidemia del vaiolo delle scimmie. In caso affermativo, come facciamo a fronteggiare l’avvicendamento delle pandemie? AF: Abbiamo avuto, forse senza che ciò abbia particolarmente attirato l’attenzione pubblica, nella storia della nostra civiltà, focolai di malattie infettive emergenti, alcune delle quali si sono trasformate in pandemie. Questo accade sin dai tempi più antichi. È successo nella vita di alcuni di noi, nella mia come nella sua. È quello che sta accadendo ora. Considerato che la maggior parte dei focolai di nuove malattie infettive scaturisce dall’interfaccia uomo-animale che a volte si mette di mezzo quando, vuoi per il cambiamento climatico, vuoi per l’infiltrazione nelle foreste, luoghi della terra disabitati dall’uomo, si verifica un salto di specie. Oppure, nei mercati dove gli animali selvatici vengono a contatto con gli uomini, che è quello che è accaduto con il SARS-CoV-1 ed è molto probabile che sia accaduto anche con il SARS-CoV-2. Continueremo ad avere dei focolai. La pandemia influenzale scaturisce da una situazione in cui la specie animale che ospita l’influenza, maiali, galli, uccelli e uomini condividono lo stesso ambiente. È così che si sviluppa l’influenza aviaria che per noi è una seria sfida, o la febbre suina. 
David, per rispondere rapidamente alla sua domanda, posso dire che continueremo ad avere focolai di nuove infezioni. Il problema è come impedire che si trasformino in pandemie. Questo è ciò che viene definito “prevenzione delle pandemie”, che combina la preparazione scientifica, come quella dimostrata con la veloce messa a punto dei vaccini, frutto di uno sforzo scientifico di grande successo, e la risposta sanitaria pubblica, che non è andata altrettanto bene, a causa della diffusione del contagio che avremmo potuto tener meglio sotto controllo. 
DB: Per rimanere sull’argomento, questa non è la sua prima pandemia, in quanto ha già dato importanti contributi all’epidemia di AIDS e ora al COVID-19. C’è qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente in quei casi? 
AF: C’è sempre qualcosa. Dipende dal momento in cui vieni coinvolto. Nessuno è perfetto: né io né i miei colleghi lo siamo. Ma quando si ha a che fare con un obiettivo emergente, dinamico  e in movimento, come viene definita una pandemia, in particolare se si tratta di un nuovo agente patogeno come l’HIV all’inizio degli anni ’80, o la pandemia da COVID-19 nei primi mesi del 2020, si può sempre dire che se allora avessimo saputo ciò che sappiamo oggi, e molte erano le cose che allora non sapevamo, avremmo sicuramente agito diversamente. Da qui l’importanza dell’umiltà e della modestia per capire che se segui la scienza, la scienza che fornisce dati, informazioni e prove il cambiamento è inevitabile, soprattutto nelle prime fasi del focolaio. Sapevamo quanto facile fosse la diffusione da uomo a uomo? No. Sapevamo che la trasmissione può avvenire attraverso aerosol? No. All’inizio, pensavamo avvenisse come nell’influenza, ovvero per lo più attraverso droplet di un malato. Sapevamo che tra il 50 e il 60% delle trasmissioni proveniva dal contatto con un asintomatico, che chiaramente si ripercuote sulla modalità di approccio al focolaio? Sapevamo che, a differenza dei tipici focolai dove il picco sale, qui scende e termina? Non avevamo idea che avremmo assistito a differenti ondate e varianti. Quindi, per rispondere alla sua domanda, se avessimo saputo  tutto questo sin dall’inizio, sicuramente avremmo agito diversamente. Ma purtroppo così non è stato. Ci sforziamo di essere elastici e sufficientemente umili per cambiare il modo in cui affrontiamo la realtà sulla base degli ultimi dati. Non è un’inversione di marcia. Ci muoviamo sulla base di prove e dati. 
DB: Certo, è questo il modo di lavorare della scienza. C’è un aggiornamento costante, soprattutto in una situazione in tempo reale come questa pandemia. Ha dei rimpianti specifici, qualcosa che, se potesse, non rifarebbe? 
Dipende. All’inizio, ovviamente, quando avevamo l’impressione, o non ci rendevamo pienamente conto che si diffondesse via aerosol, avevamo l’impressione, che era corretta, perché così ci veniva detto, che non ci fossero sufficienti mascherine per gli operatori sanitari. Se tutti avessimo iniziato ad accaparrarci mascherine, non ce ne sarebbero state abbastanza per gli operatori sanitari. Non capivamo che fuori dall’ambiente sanitario, come gli ospedali, le mascherine ci aiutavano efficacemente a prevenire contagio e trasmissione. Non lo sapevamo. Ora ne siamo ben consapevoli, ma allora lo ignoravamo. Non sapevamo che il contagio potesse partire da persone asintomatiche. Non lo sapevamo, andavamo in cerca di persone malate, ma ce n’erano molte di più senza sintomi, in mezzo a noi, che diffondevano l’infezione di nascosto, del tutto inosservate. Se lo avessi saputo, avrei detto fin dall’inizio a tutti di indossare sempre  la mascherina negli ambienti chiusi. Ma allora non l’abbiamo detto. Lo abbiamo detto solo quando è diventato evidente. Se l’avessimo saputo all’inizio, avremmo detto alla gente di portare la mascherina. 
Però, devo ammettere che, considerata la riluttanza della gente ad indossare la mascherina, perfino oggi che sappiamo tutto, mi chiedo come sarebbe stata accolta la cosa in un momento in cui c’erano solo una decina di infezioni documentate. Se avessimo detto che tutti avrebbero dovuto indossare la mascherina al chiuso, non credo che la notizia sarebbe stata ben accolta. 
DB: Già, ricorda qualcosa che gli Stati Uniti hanno già vissuto con l’influenza spagnola e le proteste a favore e contro le mascherine. Qualcosa che sembra essere iscritto nella risposta immunitaria della nostra società a queste pandemie. 
Per rigirare il discorso, come facciamo a sapere se la prossima volta saremo più preparati? 
AF: David, bisognerebbe capire che cosa significa per lei essere preparati, perché la scuola di sanità pubblica presso la Johns Hopkins ha valutato il livello di preparazione alle pandemie di diversi paesi. Indovini un po’ chi si è classificato primo? Gli Stati Uniti d’America. Indovini chi ha il maggior numero di morti nella popolazione? Gli Stati Uniti d’America. Occorre distinguere tra livello di preparazione, risposta, e messa in atto dei piani di preparazione, sui quali non siamo stati molto bravi per tutta una serie di complicati motivi. Tra questi, c’era, e tuttora c’è il fatto che questo focolaio si è sviluppato in un momento di profondo dissenso nel nostro paese. Si trattava di qualcosa che non avevamo mai visto prima e l’ideologia politica influiva molto sull’accettazione o sul rifiuto delle misure sanitarie raccomandate, che si trattasse di indossare la mascherina, o degli spazi chiusi, della quarantena, della vaccinazione, dei richiami. Se osservate questo paese, la demografia del paese in relazione all’ideologia, le differenze nel numero di vaccinazioni per cause ideologiche non devono esistere. I rischi per la salute pubblica e le misure sanitarie messe in atto devono essere uniformi in tutto il paese. Non è così che è stato. 
DB: Soffermiamoci ancora un po’ su questo punto perché lei ha avuto a che fare con una risposta estremamente avversa al suo operato, in cui non solo i comuni cittadini, ma persino i politici hanno chiesto le sue dimissioni e molto altro ancora. Come ha fatto ad affrontare tutto questo, mantenendo la calma? Lei è molto calmo. 
La richiesta di dimissioni non è niente, se paragonata all’arresto di qualcuno per tentato omicidio. Quindi, molti sono i modi per estromettere gli operatori sanitari. Questo è uno degli aspetti più tristi. Io mantengo il controllo perché questa è la natura della persona che sono. Quando ci si trova in una situazione difficile, si deve riuscire a mantenere il controllo. Questo è quello che ho appreso agli inizi del tirocinio medico. Se c’è un’emergenza e qualcuno sta morendo davanti a te, devi sempre mantenere i nervi saldi. Questo fa parte della mia formazione come medico e come persona. Quello che però ci siamo trovati davanti, andava ben oltre. Le autorità sanitarie, non solo io che sono molto visibile, ma molti dei miei colleghi vengono minacciati, perseguitati e aggrediti, loro e le loro famiglie. Anche la mia famiglia ha ricevuto minacce, semplicemente per aver detto cose che riguardano la salute pubblica, il buon senso, principi veri e comprovati per salvaguardare la salute pubblica. È incredibile che tutto questo accada nel nostro paese. 
DB: Già. Penso che c’entri qualcosa l’educazione di Brooklyn che le ha lasciato una certa compostezza. 
(Risata) 
Una domanda veloce: in che modo, con tutto quello che accade e con tutte queste terribili minacce, riesce a distaccarsi da tutto questo? Come fa a mantenere il controllo e a trovare un po’ di tranquillità? 
AF: Ho una famiglia che mi sostiene, mia moglie è con me, i miei figli sono cresciuti e vivono in parti diverse del paese, ma mi sostengono con messaggi e chiamate. Sanno che cosa sto attraversando. Ho tre figlie che si prendono cura del proprio padre e sono veramente d’aiuto. Mia moglie mi sta vicino e facciamo delle attività insieme. Io lavoro tante ore al giorno, ma ogni giorno cerco di fare un po’ di esercizio fisico, percorrendo pochi chilometri  a piedi insieme a mia moglie, sia nel weekend che al mattino presto o durante la settimana, la sera tardi quando rientro a casa. Cerchiamo sempre di mantenerci  attivi per allentare la tensione, possibilmente ogni giorno. Ci stiamo riuscendo. 
DB: Buon per voi. Lei sta andando in pensione dopo una lunga e illustre carriera. Congratulazioni. Ci saranno dei successori. Quale insegnamento vorrebbe lasciar loro, sulla base del suo ruolo? 
AF: Prima di tutto, non vado in pensione, nel senso classico del termine. Come dice mia moglie: “David, io non sto andando in pensione, mi sto “ricaricando”, perché ho intenzione di restare attivo. Questa è una delle ragioni  per cui mi sono fatto da parte in questo momento. Pur avendo ancora l’entusiasmo, l’energia e, grazie a Dio, la salute per riuscire a fare qualcos’altro nei prossimi anni, voglio usare il vantaggio della mia esperienza nel settore sanitario durata circa 60 anni, della mia presidenza dell’Istituto per 38 anni, il privilegio di essere stato il consulente di sette Presidenti degli Stati Uniti su questioni sanitarie. Vorrei usare questa esperienza per essere d’ispirazione con la scrittura, la lettura, i viaggi e l’insegnamento, ispirando le più giovani generazioni di scienziati e aspiranti scienziati, perché prendano almeno in considerazione la carriera nel servizio pubblico, in particolare nel campo della sanità pubblica, la scienza e la medicina. 
Detto ciò, il consiglio che mi sento di dare a chi prenderà il mio posto è di concentrarsi sulla scienza, agire secondo la scienza, senza lasciarsi distrarre da questioni marginali, dalla disinformazione e la cattiva informazione, dagli attacchi alla medicina,  alla scienza e alla salute pubblica. Consiglierei di concentrarsi sul proprio lavoro, senza farsi distrarre  dalla confusione che ci circonda perché ce n’è molta più oggi di quanta ce ne fosse decine di anni fa. Per confusione, intendo la disinformazione e la cattiva informazione sulla scienza. 
DB: Concordo. Come curatore scientifico, me ne sono reso conto. Cambiamo argomento, parliamo di speranza. Che cosa le permette di nutrire speranza nel futuro? Ci sono terapie o altro in arrivo che la rendono ottimista? 
AF: La scienza è una disciplina fenomenale. È scoperta. È... nuove competenze. Permette di allargare i confini del sapere che mai avremmo pensato di raggiungere. Basta osservare la medicina e la scienza, come sono positivamente cambiate, da quando ho fatto il mio ingresso all’università di medicina nel 1962 ad oggi, con tutto ciò che ho a disposizione come medico e scienziato. Ho motivo di sperare che se portiamo avanti gli investimenti nella scienza di base e applicata, potremo realizzare cose nel campo della salute individuale, pubblica e globale che fino a qualche decennio fa erano impensabili. Sono molto ottimista riguardo al futuro della scienza e della medicina. 
È la ragione per cui una delle cose che cercherò di fare nella mio ritiro post-governativo, sarà incoraggiare i giovani a considerare la carriera medica, nel campo scientifico e della salute pubblica perché ci sono infinite possibilità. Siamo in una fase in cui la gente che ci ha preceduti non avrebbe mai immaginato le opportunità scientifiche che abbiamo oggi. Sì, sono molto ottimista riguardo al futuro. 
DB: Anch’io. Prima accennava alle ripercussioni dei cambiamenti climatici sulla pandemia. Quali sono le sue preoccupazioni riguardo al futuro? 
AF: Alcuni degli aspetti cui accennava. C’è una crescente opposizione  alla scienza all’interno della società. Si sta sviluppando in maniera inquietante negli Stati Uniti. Quando mi confronto con i miei  colleghi a livello internazionale, a seconda del paese in cui vivono, in misura più o meno maggiore, è possibile riscontrare questo elemento. Ciò che mi infastidisce è la negazione della scienza e di ciò che ci sta mostrando. La negazione dei problemi  del clima e dell’ambiente, la negazione dei principi scientifici e le teorie cospiratorie su questioni che allontanano le persone. Insomma, alcune sono ridicole ma, mi creda David, rimarrà sorpreso se le dico quante persone ci credono. I vaccini sarebbero stati fatti da me e Bill Gates che vi avremmo messo un chip per poter seguire ovunque la gente e scoprire cosa sta facendo e cosa gli passa per la testa. L’idea che ci sia un complotto, che stiamo facendo miliardi di dollari con i vaccini e che questo sia il motivo per cui la gente promuove i vaccini in modo che quelli come me e altri personaggi pubblici.... Sono idee prive di ogni fondamento, ma una volta che arrivano ai social media, dilagano, come le teorie complottiste. Nonostante i fatti lo smentiscano, oggi non sembra poi così importante riuscire a dimostrare che qualcosa non va. Assurdo, no? 
DB: Certo. È un antico fenomeno. C’è un vecchio detto, che sicuramente storpierò, secondo il quale, prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni, la bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo. È questo il mondo in cui viviamo. 
So che deve portare a termine il suo mandato e prepararsi per ricaricare le forze. Questo mi rende ottimista. Sono impaziente di vedere cosa succederà. Ha un ultimo consiglio per il pubblico? Qualcosa che tutti possano apprendere dalla sua esperienza come direttore, dalla sua esperienza nella sanità pubblica? 
David, ci sono tante cose, ma una in particolare, specialmente nel contesto climatico e ambientale in cui viviamo. La gente ha bisogno di impegnarsi proattivamente nella diffusione della verità riguardo ai principi scientifici e al loro significato, al grande beneficio che può trarne la società per cercare di rendere la popolazione più istruita in campo scientifico, attraverso la discussione. La verità è che è più facile contrastare la disinformazione e la cattiva informazione con l’entusiasmo di diffondere l’informazione corretta. È un po’ la metafora che ha ricordato sulla verità e le bugie. Diffondete i fatti e la verità. Tutti sono tenuti a dare il proprio contributo. Questo è uno degli aspetti che può essere migliorato. 
DB: Già, sono d’accordo ed è proprio quello che cerchiamo di fare a TED. Dottor Fauci, so che i nostri membri le sono infinitamente grati, così come lo sono io. Grazie infinite per il suo lavoro e per la sua partecipazione di oggi. 
AF: Piacere mio, David, grazie per avermi invitato. 
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