All’età di 10 anni, ho viaggiato dal Colorado al New Jersey per visitare i parenti per le vacanze di Natale. Abbiamo fatto un sacco di cose. Ho potuto vedere il cast originale di “I’m Magic” e ho visitato molti monumenti. Ma una delle cose che preferivo fare era rimanere sveglia fino a tardi e aspettare che fossero tutti a letto per andare di sotto a guardare la TV. Tantissimi vecchi film che probabilmente non avrei dovuto guardare, come “Gangster Story” e “Oklahoma!”, che era abbastanza appropriato. E ricordo di essermi imbattuta in una trasmissione, una sera. Era un vecchio film in stile “Bianco Natale” o “La taverna dell’allegria”, ma era un musical. Ho iniziato a guardarlo e a un certo punto, è partita una scena musicale con Bing Crosby con la faccia dipinta di nero. Ero confusa. Non riuscivo a capire cosa c’entrasse il blackface con il canto e il ballo. Ho scoperto così cosa fossero i minstrel show. 
I minstrel show sono nati a New York e non al Sud, come si potrebbe pensare, negli anni ’30 del 1800. In essi, attori bianchi si scurivano il viso con il sughero bruciato, si dipingevano di rosso le labbra, esageravano il bianco degli occhi e indossavano parrucche arricciate per mettere in scena caricature degli afroamericani nei teatri americani. 
Un minstrel show era tipicamente una parodia della cultura nera, delle canzoni, dei balli e del modo di parlare inframezzata da monologhi, battute, intermezzi musicali e sketch teatrali. Nel cast c’erano diversi personaggi ricorrenti. L’interlocutore faceva il presentatore. Mr. Tambo e Mr. Bones erano i cosiddetti end men. Poi c’erano personaggi come Jim Crow, uno schiavo buffonesco, il cui nome è lo stesso di quello delle leggi che vennero emanate nel Sud. Oppure la materna Mammy, una domestica ipersessualizzata, il dandy arrogante Zip Coon e il pigro e infantile Sambo. 
Le caricature erano spesso crudeli, ma non per il pubblico bianco, che rideva per le scenette degli schiavi analfabeti seduto tranquillo in tutta la sua superiorità. L’immagine dei buffoni danzanti e sempliciotti catturò l’immaginazione del pubblico e si diffuse a macchia d’olio in tutto il Paese. 
Il minstrel show divenne la forma di intrattenimento americana più popolare del XIX secolo. Abramo Lincoln e Mark Twain lo elogiavano per le caratterizzazioni e per la comicità. Ma oltre a divertire, disumanizzava coloro che metteva in ridicolo. L’abolizionista Frederick Douglass ha descritto così i minstrel show: “La sporca feccia della società bianca, che ci ha rubato la carnagione che le è stata negata dalla natura”. 
Ironicamente, dopo la Guerra Civile, gli afroamericani iniziarono a intraprendere la carriera teatrale. La strada verso il successo spesso significava appropriarsi della maschera che veniva usata per deriderli. I bianchi accolsero questi spettacoli nelle proprie comunità locali. Questi minstrel show amatoriali seguivano linee guida sulle battute, i numeri, le canzoni e i costumi da usare negli spettacoli. Funzionava così per gli spettacoli di politici, confraternite, università, licei e quartieri, che tramandarono questa tradizione fino al XX secolo. 
I minstrel show professionali hanno lasciato un segno indelebile nella psiche americana. Le immagini e gli stereotipi razziali continuano a circolare nella società americana in spartiti, riviste, libri, nei vaudeville, a teatro, nei film, in TV, alla radio, nei dischi e in tutti i formati possibili e immaginabili. Questi stereotipi rafforzavano le idee della supremazia bianca e dell’inferiorità nera. 
I titoli di giornale degli ultimi mesi ci hanno dimostrato che il retaggio dei minstrel show ci perseguita ancora. Grazie a un sondaggio del Pew Research Center, si è scoperto che un americano su tre afferma che, in generale, non c’è nulla di sbagliato nell’usare il blackface per i costumi di Halloween. Allora, la mia domanda è questa: cosa ci si trova nello scurire la pelle per imitare una persona di un’altra razza? I minstrel show nacquero nell’epoca della schiavitù e della segregazione razziale e il loro continuo riemergere rievoca il dolore e le sofferenze patiti dalle persone di colore, i cui corpi e la cui cultura venivano rappresentati come strambi e grotteschi. Ci ricordano continuamente del razzismo e dei pregiudizi che ne sono alla base. Il modo in cui si sono infiltrati nella società è un chiaro esempio di quanto sia radicato il razzismo in questo Paese. E l’oppressione razziale insita nei minstrel show e tramandata nel tempo è una forma di violenza, una ferita psichica che rifiuta di guarire. Nessun tipo di imitazione razziale può sfuggire a questo retaggio. 
È quindi ora di cambiare il potere della rappresentazione, di sviluppare narrative più ampie riguardo la complessità della nostra identità di esseri umani. Riconoscere il blackface per quello che è veramente e quello che simboleggia è un passo nella giusta direzione. Un altro è informarci su come gli stereotipi rafforzino le ideologie razziste. In entrambi i casi, la riuscita dipende da un’autovalutazione onesta dei nostri pregiudizi sociali e culturali e di come si sono sviluppati. Il retaggio dei minstrel show fa parte della nostra storia comune e noi tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di abbatterne il potere di opprimere e umiliare. 
La prossima volta che vi troverete davanti qualcuno in blackface o vedrete uno stereotipo razzista, ditemi: cos’è che farete? 
Grazie. 
(Applausi) 
