Cosa succede quando un rifugiato siriano, un operatore umanitario israeliano ed un americano di origine ebraica entrano in una stanza? 
(Risate) 
No, non è l’inizio di una barzelletta di pessimo gusto, giuro. In realtà è ciò che è successo a me. A partire dal 2015, mi sono ritrovata a tenere, una serie di incontri segreti in diverse capitali europee con un piccolo gruppo di civili siriani ed israeliani. Eravamo lì per cercare di capire come fornire supporto umanitario al popolo siriano nel mezzo della peggiore crisi umanitaria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ma come ci siamo ritrovati a sedere insieme a questo tavolo? Dopo tutto, siriani ed israeliani sono nemici giurati, e tecnicamente sono in guerra fin dal 1948. Tuttavia eccoci qui, letteralmente e figurativamente, a cercare una soluzione. Ed è proprio questa la parte migliore della barzelletta che ho promesso di non raccontare. L’abbiamo trovata. Abbiamo trovato un modo per fornire aiuti umanitari alla Siria grazie allo Stato di Israele. 
Come abbiamo fatto? Ho applicato un procedimento che prevede tre step che ho anche usato in una serie di altre circostanze, e mi auguro che questi tre step tornino utili a chiunque di voi voglia fare qualcosa di buono di fronte ad uno qualsiasi della miriade di inarrestabili conflitti che ci troviamo ad affrontare oggi, incluso quello in Ucraina. In cosa consistono questi tre step? Trovare un punto di ingresso, identificare una mancanza, ed elaborare un modo concreto per sfruttare tale mancanza. Sembra abbastanza semplice, vero? Lasciate quindi che ve lo illustri meglio. 
Quando lessi uno dei report sulla guerra in Siria, mi colpì profondamente e mi sentii personalmente tirata in causa. Rimasi così sconvolta dalla portata di tale catastrofe, che richiamò alla mia mente le sofferenze della mia famiglia durante l’Olocausto. I miei genitori sopravvissero ai campi di concentramento in Polonia e Ungheria, e dopo la guerra, dovemmo fuggire e arrivammo negli Stati Uniti come rifugiati apolidi. Quando ho appresso della distruzione di Aleppo, mi è venuta in mente Budapest, la mia città natale, la mia città natale e del suo bombardamento. E quando ho letto della carestia a causa dell’assedio in Siria, ho ricordato mia madre che ebbe un aborto trascinando a casa un sacco di patate marce perché non c’era nient’altro da mangiare. E quando ho visto i cadaveri pelle ed ossa ed eviscerati dei siriani che sono stati torturati nelle prigioni di Damasco, ho visto camminare gli scheletri di Auschwitz, Mauthausen e Bergen-Belsen, dove molti dei miei famigliari sono letteralmente finiti in cenere. E quando ho visto i rifugiati siriani cercare di oltrepassare le frontiere, ho ricordato il mio ricollocamento come bambina rifugiata. 
Quindi, in quanto persona... In quanto persona, cosa puoi fare? Quando ti trovi davanti a qualcosa che sai bene debba essere cambiata, devi trovare un punto di ingresso. Per me, è stato il mobilitare  una risposta da parte ebraica e successivamente incrementare le mobilitazioni interreligiose in tutti gli Stati Uniti concentrata esclusivamente sui problemi in Siria. È chiamata “Multifaith Alliance for Syrian Refugees.” Ad oggi, abbiamo più di 100 organizzazioni che ne fanno parte. 
(Applausi) 
Ho visto un’opportunità per creare ponti e contemporaneamente salvare delle vite. Ed ecco come. Era difficile accedere  all’area Sud Ovest della Siria perché era circondata dai militari del regime. Quella era una carenza. Israele condivide parte del suo confine con quella parte della Siria E indovinate un po’? È facile far entrare aiuti umanitari dal Sud Est della Siria dal confine israeliano delle Alture del Golan. Ciò ci ha dato qualcosa di tangibile con il quale sfruttare tale carenza. Dovevamo solo stabilire come. E questo è il perché io e i miei colleghi ci siamo incontrati in raduni clandestini in giro per l’Europa. Stavamo considerando l’idea che Israele dovesse essere usato come punto di sosta per la consegna degli aiuti  umanitari internazionali. Abbiamo fatto pressioni sul Parlamento inglese, europeo, sul Parlamento canadese. Abbiamo bussato alle porte del Congresso. Abbiamo incontrato le più alte cariche del Governo israeliano E... Non abbiamo ottenuto niente. Ma poi è successo qualcosa. 
Nel settembre 2016, il Governo Israeliano lanciò l’operazione Good Neighbor. L’apertura delle frontiere era nell’agenda della politica del Governo e così potevano essere facilitati gli aiuti umanitari dalle altre nazioni ed essere inviati in Siria. Poco dopo, mentre l’operazione Good Neighbor procedeva, enormi container pieni di aiuti umanitari, molti dei quali provenivano da organizzazioni siriane, furono scaricati nei porti israeliani, da soldati israeliani, mandate sulle Alture del Golan e da lì, i nostri collaboratori in territorio siriano li avrebbero prelevati e distribuiti in un’area con una popolazione di 1,3 milioni di persone. 
In questo modo, abbiamo consegnato 120 milioni di dollari di aiuti umanitari. Abbiamo supportato tre strutture sanitarie e un panificio che produceva 15.000 pita al giorno. Israele ha fornito acqua, carburante, elettricità. Abbiamo consegnato  attrezzature mediche, ambulanze, cibo, vestiti, kit sanitari, medicine, e tutto ciò di cui ci fosse bisogno. E lavorando con il Consiglio locale, siamo stati in grado di rendere stabile un’intera regione. Per due anni, questa è stata l’unica parte della Siria in cui ciò ha funzionato. Ma poi, a causa di un’incursione da parte del regime e dei suoi alleati, l’intera area fu occupata e distrutta. Ma ciò non ci ha fermato. Abbiamo allargato la nostra rete ad altre parti della Siria difficili da raggiungere. Ad oggi abbiamo consegnato circa 245 milioni di dollari in aiuti umanitari. 
(Applausi) 
Non è stato facile e abbiamo avuto alcuni intoppi. Ma lavorando insieme a questa inaspettata alleanza, siamo stati in grado di aiutare più di due milioni e mezzo di vittime di guerra, e la conta continua. 
(Applausi) 
Ora, la bella notizia. Non serve che andiate sul campo di guerra per fare tutto ciò. Ho applicato la mia formula in un sacco di altri modi. Lasciate che vi racconti brevemente un paio di storie. All’inizio della mia carriera,  nel 1971, per essere precisi, Vivevo la mia vita nella criminalità. o meglio, prevenzione della criminalità. 
(Risate) 
Ero anche profondamente immersa nel movimento delle donne. Quindi come potevo fare la differenza? Il mio punto di ingresso era il Dipartimento di Polizia della città di New York. Le vittime di stupro erano  trattate nel peggiore dei modi. Quella era una mancanza. Il modo più semplice per porre rimedio a tale mancanza era quella di mettere su la prima unità per crimini sessuali della nazione. Beh, oggi abbiamo la serie “Law and Order: SVU” a dirci come ciò è stato fatto. Infatti ci hanno raccontato come è stato fatto per tutte le scorse 23 stagioni. Ma allora, era una novità. 
Io ho fatto la stessa cosa con le grosse compagnie. Quando il nuovo millennio era alle porte, il settore delle risorse umane era concentrato su “Workplace 2000” dove la diversità era obbiettivo chiave. Ma la religione veniva raramente considerata un aspetto importante per la diversità sul posto di lavoro. Tra l’altro, se si fa caso  ai cambiamenti demografici di allora, era ovvio che questo  sarebbe stato un problema. Quindi quella era la mancanza. Un’altra organizzazione che ho fondato, la Tanenbaum Center for Interreligious Understanding, ha trovato un modo semplice per colmare tale mancanza guidando organizzazioni più grandi verso l’accoglienza di credo religiosi diversi sul posto di lavoro. 
La strada verso la Siria è stata lunga partendo dalle mie prime incursioni in qualità di agente del cambiamento. Ma quando vidi lo svolgersi di quella tragedia in Siria, Un verso biblico, Levitico 19:16, iniziò ad echeggiare nella mia testa “Non resterai a guardare mentre il sangue del prossimo tuo viene sparso sulla terra.” Ecco perché mi sono messa al lavoro. Spero che voi facciate lo stesso. 
Grazie. 
(Applausi) 
