Io sono incredibilmente emozionata di essere qui oggi perché voglio raccontarvi un’idea che ha plasmato il modo in cui io guardo il mondo e credo chiunque possa usare per guardare al proprio mondo, sia che lavori in finanza, affari, giornalismo o stia soltanto guardando alla propria vita ordinaria a cose come mascherine, cani, cioccolato... Davvero! E l’idea viene dal mondo dell’antropologia culturale. 
So che per molti di voi questo può suonare un po’ strano. Ma ve lo dico perché la mia storia di vita è stata legata a questo. Oggi, come mi vedete, sono una giornalista. Vivo a New York, lavoro al “Financial Times”, e passo molto tempo parlando con persone che lavorano nel mondo degli affari, delle finanze, della tecnologia, ecc. Questo è il mio mondo oggi. Scusate i capelli un po’ brutti. 
(Risate) 
Ma non ho iniziato così. In realtà ho iniziato, prima di diventare giornalista, come un’antropologa culturale, con questo aspetto. 
(Risate) 
Ho fatto lavoro sul campo, come lo chiamiamo, nel Tagikistan sovietico, sulla frontiera dell’Afghanistan. Ciò che un antropologo culturale fa è cercare di studiare la cultura umana, tutti i presupposti che ereditiamo dall’ambiente che ci circonda e che, non ci pensiamo spesso, ma ci plasmano profondamente riguardo a come pensiamo, viviamo e agiamo. 
E gli antropologi lo fanno in due maniere diverse. Innanzitutto, loro credono nell’uscire e sporcarsi i piedi e cercare di partecipare alle vite delle persone per capirle. Perciò sto indossando degli abiti tagiki nella frontiera del Tagikistan, dove vivevo. Inoltre, loro credono nello studio non soltanto delle culture che ci sono familiari ma anche delle culture che non sono familiari. Questo potrebbe avvenire dall’altra parte del mondo, potrebbe essere in fondo alla strada, in un mestiere diverso, oppure, shock terribile, in un partito politico diverso. 
(Risate) 
E gli antropologi lo fanno per due ragioni. In primo luogo, capire le persone che hanno un punto di vista diverso dal tuo è molto utile per comprendere il mondo. Ma non mi dire... È una cosa che tutti dovremmo sapere, ma che in realtà oggi viene facilmente dimenticata. In secondo luogo, empatizzare con un altro modo di guardare il mondo può aiutare a comprendere meglio anche se stessi. E il motivo è che c’è un proverbio meraviglioso che dice: Un pesce non può vedere l’acqua. Un pesce non può vedere l’acqua. Nessuno di noi può vedere i presupposti che ci modellano a meno che non saltiamo fuori dal nostro acquario, andiamo in luoghi completamente diversi, parliamo con altri pesci, e poi guardiamo indietro a noi stessi per provare a capire i presupposti che ci modellano. Nel mio caso, l’ho fatto andando nel Tagikistan Sovietico. Ma dopo, ho usato quella prospettiva di saltare fuori dal mio acquario per guardare indietro al mio proprio mondo, dove ora lavoro come una giornalista, per guardare al mondo delle finanze, al mondo degli affari, per provare a guardarvi con occhi nuovi e vedere non soltanto le parti del mondo che sono ovvie ma quelle parti del mondo di cui non parliamo spesso, i silenzi sociali. 
Io ho usato quella struttura per aiutarmi a prevedere la grande crisi finanziaria nel 2008. In particolare, ho trascorso grande parte degli anni precedenti andando a conferenze bancarie che sono delle cerimonie rituali gigantesche, che sono simili ai matrimoni tagiki. 
(Risate) 
È vero. Loro riuniscono le persone, la tribù dispersa, riaffermano i loro legami sociali e riaffermano una visione di mondo condivisa attraverso rituali, non attraverso la danza, ma attraverso le uscite al bar e con i PowerPoint. Stessa funzione. 
(Risate) 
Ma io l’ho fatto nel mondo dell’alta finanza. Ma ciò su cui  voglio farvi riflettere oggi è che non dovete usare questi attrezzi in Tagikistan oppure Tokyo o Wall Street. Voi lo potete usare oggi per guardare intorno al vostro mondo. Il vostro quotidiano. Potete usarli per guardare a qualcosa che è completamente diverso da Wall Street o dal Tagikistan. Il mondo dei cani. Questo è il mio cane, Charlie. Adorabile, puzzolente, fuori controllo. E quando le persone mi chiedono del mio cane, io spesso dico, “Charlie, lei è parte della mia famiglia”. Scommetto che molti fra quelli di voi che avete dei cani direte la stessa cosa. Ma ecco qualcosa su cui riflettere. Se siete in America o in Europa, penserete che è normale dire che il cane è parte della vostra famiglia. Posso dirvi, però, che se vi trovate in Tagikistan o nella maggior parte delle culture che sono non occidentali, dire che il cane è parte della famiglia vi fa sembrare davvero strani. 
(Risate) 
Per non dire esotico. 
(Risate) 
Perché la realtà è che in molte culture attraverso la storia, gli animali sono stati definiti in opposizione agli esseri umani. I cani vivevano fuori nei campi oppure vivono nei campi o nel cortile. Loro possono entrare nella casa. Loro non entrano nella camera da letto, e decisamente non salgono sul letto. 
(Risate) 
Charlie non dovrebbe essere sul mio letto, ma eccola. E la cosa interessante è questa. Ciò che cambia in questi contesti diversi non è necessariamente il cane. È la nostra idea di famiglia. Molte culture non occidentali hanno l’idea che la famiglia è qualcosa che ti viene imposto, ed è piuttosto non negoziabile. Nell’Occidente, abbiamo questa meravigliosa, individualistica cultura del consumo dove tutto è selezionabile e personalizzato. Personalizziamo il nostro caffè. Abbiamo le playlist delle canzoni. Possiamo scegliere la nostra famiglia. E questo è liberatorio. Alle volte è pure un po’ snervante. E ciò significa che le persone dicono, “Se voglio includere un cane nella famiglia, includerò il cane”. Significa anche che le persone usano i cani per definire e creare le famiglie come una scelta attiva. E la cosa interessante è che il tema in questione qui non riguarda il rapporto fra uomo e cane, tanto meno il rapporto fra due cani, ma il rapporto fra gli esseri umani. E questa è una cosa sulla quale riflettere se, diciamo, vi occupate della vendita di cibo per i cani o se soltanto ne volete avere uno. Ed è qualcosa difficile da vedere a meno che non si esca dal proprio “acquario”. 
Oppure, un altro esempio, pensate ai cellulari. Ho trascorso molto tempo con i miei ragazzi preoccupata sul perché non riuscivano a staccarsi dai loro cellulari. E ciò che normalmente dicono riguardo a questo è che, bene, loro sono dipendenti dai loro cellulari perché, sai, sono quegli algoritmi, è quella tecnologia dello screen time. Ma un’antropologa chiamata Danah Boyd è andata qualche anno fa e ha provato a guardare ai ragazzi “in natura” con i loro cellulari, 
(Risate) 
e ha visto che quando osservi i ragazzi con questa ampia prospettiva antropologica quando cerchi di guardare con l’occhio del verme, non con quello dell’uccello, in realtà, c’è qualcosa  di veramente notevole sui ragazzi. Cioè 50, 100 anni fa, i ragazzi vagavano molto per il mondo fisicamente. Andavano sulle loro bici. Camminavano per le strade, si radunavano nei campi, potevano esplorare il mondo, testare i confini, essenzialmente, vivere avventure senza che i genitori guardino. Oggi, in molti contesti americani non possono più farlo. A parte il lockdown, anche prima, a causa del pericolo degli estranei, dell’orario eccessivamente pieno, l’unico luogo dove possono vagare senza la vigilanza dei genitori è il cyberspace dei loro cellulari. 
Sarà dunque una sorpresa se i ragazzi amano così tanto i loro cellulari? Se volete cambiare il comportamento, non potete guardare soltanto al telefono, al rumore, dovete guardare anche all’esperienza fisica, al silenzio. E, nuovamente, è difficile vederlo se avete conosciuto soltanto un acquario. 
Un altro esempio. Quello che pende  dal vostro naso proprio adesso, speriamo, che chiamiamo mascherine. Negli ultimi due anni, abbiamo sentito molto su come le mascherine fermano i germi attraverso quel tessuto fisico. Esse sono anche dispositivi  di segnalazione culturale. Mandano dei messaggi al vostro cervello per ricordarvi di cambiare comportamento, davanti agli altri, per mostrare se rispettate la scienza, se state rispettando le norme comunitarie. E benché i dottori non parlino spesso di tale aspetto culturale, dobbiamo farlo. Perché abbiamo imparato che non si può fermare una pandemia soltanto con la scienza medica o con la scienza informatica, dovete pensare anche alle scienze sociali e comportamentali. E i comportamenti possono cambiare. Perché c’è un’altra cosa riguardo alle mascherine, cioè esse ci hanno mostrato effettivamente come la cultura può cambiare. Noi non le indossavamo due anni fa. E la cultura può cambiare nei modi più sorprendenti. La cultura non è una scatola con i lati rigidi e statici. È piuttosto come un fiume che scorre. 
E se lo volete capire, riflettete su un’ultima questione, il cioccolato. Evviva! I Kit Kat sono nati un secolo fa come un biscotto inglese marrone. Ha poi fatto il giro del mondo come esportazione, è arrivato in Giappone, e alcuni giovani giapponesi locali, circa 20 anni fa, hanno iniziato a usare i Kit Kat come gettoni di buona fortuna per gli esami. E quindi hanno iniziato ad aggiungere dei gusti giapponesi come salsa di soia, wasabi, tè verde. E poi è diventato un biscotto giapponese e un souvenir giapponese e poi è stato rivenduto alla Gran Bretagna dove oggi potete comprare Kit Kat al tè verde. 
(Risate) 
E in realtà sono fatti in Germania. 
(Risate) 
Oggi dunque il Kit Kat è britannico e svizzero, poiché la proprietaria è la Nestlé, e giapponese e tedesco. La cultura è un fiume. Esso cambia. Nuovi ruscelli  vi entrano, ed è fantastico. E questa è una delle grandi idee che vorrei lasciarvi per ultimo. Perché mentre parliamo proprio ora, il COVID-19 e il lockdown sono stati in molti sensi un periodo di straordinario shock culturale. Vi ha dato tutto ciò che gli antropologi sperimentano in altre culture. La possibilità di essere scossi da ciò che era normale e di guardare di nuovo al vostro mondo. Diventare nuovamente un estraneo nella vostra stessa terra. Quindi per quanto possiate odiare questa esperienza, per quanto possiate essere impauriti da quello shock culturale, la lezione dell’antropologia è questa. Non fuggite dallo shock culturale. Coglietelo come un’opportunità. Riconoscete che il lockdown ci ha tenuti  fisicamente intrappolati nelle tribù. Nel nostro “bozzolo”. Siamo entrati in rete nelle camere di eco. Ma adesso, più che mai, abbiamo bisogno di saltare fuori dal nostro acquario. Andare a parlare con altri pesci. Ampliare le nostre vedute. Non soltanto perché possiamo comprendere il resto del mondo, il che dobbiamo fare. Ma perché possiamo comprendere meglio anche noi stessi. Pensateci quando vedrete un cane, una barretta di Kit Kat, una mascherina oppure il vostro cellulare. Tutti questi mostrano il potere della cultura. Perché la cultura è importante. Ma anche perché la cultura può cambiare. E perché, in questo momento, abbiamo l’opportunità di ripensarci. 
Grazie. 
(Applausi) 
