Ho otto anni, 
ed è il mio primo giorno nella scuola nuova, 
ma non riesco a esprimermi. 
In realtà, non capisco neanche una parola d’inglese. 
La mia famiglia si è appena trasferita dalla Corea in Inghilterra, 
mia mamma sta crescendo me e la mia sorellina e sta anche finendo la sua laurea. Si sente persa tanto quanto me, ma con le poche parole inglesi che conosce parla con i miei insegnanti in un inglese stentato, ogni giorno, su come potermi aiutare a casa. Rispetto agli altri genitori che non parlano per niente inglese o che hanno paura di fare domande lei è messa molto meglio. E grazie a lei, io sono messa molto meglio. 
Tre mesi dopo, ogni volta che mia mamma viene a prendermi un’orda di genitori coreani si accalca attorno alla macchina. Si blocca perfino il traffico, dico davvero. 
(Risate) 
Gli altri genitori coreani riuniti attorno alla macchina fanno a mia mamma le stesse domande che lei chiese ai miei insegnanti. “Cosa sarebbe l’assemblea tra genitori e insegnanti?” “Mio figlio è rimasto indietro. Cosa posso fare?” Non so come sarei sopravvissuta a quel primo anno senza mia mamma. Ma so di non essere la sola ad aver avuto questa esperienza. 
Ogni anno, 50 milioni di bambini vanno a scuola negli Stati Uniti. E tra questi, 40 milioni, ovvero, quattro su cinque bambini, vengono da famiglie svantaggiate o immigrate. Stiamo parlando della grande maggioranza del sistema scolastico. Mi rendo conto di essere tra i fortunati, perché secondo la legge dei grandi numeri questi bambini probabilmente resteranno indietro di due interi anni scolastici. Questo costa all’economia americana quasi un bilione di dollari all’anno. 
Ma non deve per forza essere così. In realtà, la ricerca dice che per il successo scolastico, il coinvolgimento della famiglia è più importante della sua ricchezza. 
Il primo insegnante di un bambino è il suo genitore 
e questi passano l′80 percento del tempo svegli fuori dalle aule. Non c’è da stupirsi che le famiglie siano essenziali. Ecco quindi una domanda da un bilione di dollari: Come possiamo sfruttare al meglio l’incredibile potenziale delle famiglie e il loro amore universale per i loro figli? 
È per questo che la mia organizzazione aiuta insegnanti, famiglie e scuole a entrare in contatto grazie a ciò che abbiamo tutti: un cellulare. Gli insegnanti scrivono le comunicazioni in inglese e i genitori le ricevono nelle loro lingue e viceversa. Abbattiamo la barriera linguistica, uniamo le differenze culturali spiegando concetti educativi e portiamo genitori e insegnanti a parlare tra di loro. Stiamo svolgendo il ruolo che ha svolto mia mamma per la scuola e le famiglie dei miei compagni: il comunicatore, il traduttore, l’assistente l’ascoltatore e il mediatore. E dato che mia mamma non può essere ovunque, cosa che nessun genitore può fare, neanche volendo, siamo intervenuti per connettere quattro milioni di famiglie, studenti ed educatori in 70.000 scuole fino ad oggi. 
(Applausi) 
Quando scuole e famiglie collaborano, è un successo per tutti. Gli studenti vengono supportati, le famiglie hanno un ruolo attivo, e il lavoro degli insegnanti diventa molto più semplice. La comunità e l’ambiente scolastico fiorisce grazie a persone di ogni origine. È un vantaggio anche per il sistema scolastico. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno speso quasi 700 miliardi di dollari sull’educazione scolastica. Immaginiamo di poter aumentare i profitti di questo investimento, anche solo di poco, incentivando le scuole a coinvolgere ogni famiglia. 
E dovremmo farlo. Senza nemmeno pensarci. In realtà, in gioco non ci sono solo i voti degli studenti. L’educazione supera la crescita economica, e il nostro scopo si spinge oltre l’aula scolastica. Le scuole ci incanalano verso il mondo reale. L’educazione pubblica forma i cittadini. E nel creare la prossima generazione di cittadini, non possiamo escludere quattro bambini su cinque o le rispettive famiglie. Se continuiamo a selezionare chi viene coinvolto dal sistema scolastico generazione dopo generazione, come facciamo adesso, il risultato non sarà una comunità, non una società civile, e nemmeno una democrazia funzionante. Il benessere collettivo nasce da scuole inclusive che permettano a ogni studente di realizzare il proprio potenziale. 
La nostra speranza è che un giorno, tutti i bimbi e le famiglie svantaggiate e immigrate si sentano parte del sistema educativo. Il nostro sogno è che che un giorno si sentano inclusi nelle comunità che loro creeranno. Grazie mille. 
(Acclamazioni ed applausi) 
