Un terzo del mio paese, il Pakistan, è sott’acqua. Un monsone di forza eccezionale si è unito a un’inondazione improvvisa dovuta allo scioglimento accelerato dei ghiacciai dell’Himalaya e ha causato inondazioni devastanti. Alluvioni così distruttive e travolgenti per le quali viene usato di frequente l’aggettivo “bibliche”, per descriverle. L’area inondata è più ampia della Gran Bretagna. Ha colpito più di 33 milioni di persone, che hanno perso case e sostentamento. Centinaia di vittime e i sopravvissuti stanno morendo di malaria, febbre dengue e diarrea. Le coltivazioni sono state spazzate via, e i campi rimarrano impregnati d’acqua per molti mesi a venire, mettendo a rischio la stagione di semina del grano. Il Pakistan è in shock e le uniche prospettive sono incertezza alimentare, carestia, migrazione climatica e conflitti. 
Al Pakistan servono miliardi in fondi d’aiuto d’emergenza e servono ora. Ma non sono qui per parlare della crisi attuale. Sono qui per parlare di futuro. 
Dato che la scala di devastazione sta diventando evidente, il senso d’ingiustizia climatica sta aumentando. Il Pakistan emette meno dell′1% dei gas serra globali, eppure è tra i paesi più vulnerabili ai danni da cambiamento climatico. Questa vulnerabilità è venuta spaventosamente alla luce nel corso degli ultimi mesi. 
Le richieste di compensazione del nord del mondo da parte del sud del mondo per il fatto che le attività ad alte emissioni nelle economie sviluppate portano ad eventi catastrofici legati al cambiamento climatico in paesi meno sviluppati. Fin dalla Rivoluzione industriale, le nazioni attualmente ricche hanno tratto beneficio economico da attività ad alte emissioni. Le nazioni del G20 sono ancora responsabili dell′80% delle emissioni di gas serra globali. 
La logica è semplice: le nazioni industrializzate grazie a uno sviluppo dato da cambustibili fossili dovrebbero pagare per i danni quando i disastri colpiscono i paesi poveri come il mio. L’idea non è nuova, e nemmeno così controversa. Nel 2009, i paesi sviluppati promisero di mobilitare miliardi per la finanza climatica a supporto delle economie emergenti. I fondi non sono arrivati. Quindi sono arrivate le richieste di risarcimento. Per chiarezza. I paesi in via di sviluppo non chiedono beneficenza. Avendo inquinato solo marginalmente, sono creditori climatici ed ora è tempo di saldarlo. 
Come ho detto, la logica è semplice. Ma la politica è complicata. I paesi in via di sviluppo non hanno chiesto risarcimenti per perdite e danni legate al cambiamento climatico. Molti paesi del sud del mondo, guidati da India e Cina, sottoscrivono l’idea del “recupero”: l’idea che i paesi in via di sviluppo dovrebbero aver diritto alla loro parte di inquinanti e gas serra per poter costruire infrastrutture e stimolare la crescita economica. Quest’idea vede l’occidente limitare le emissioni e sostenere i costi di un rallentamento economico, mentre i paesi in via di sviluppo emettono, costruiscono e crescono. È un modo per dire, “Ehi, è il nostro turno”. 
Quest’idea del “recupero” è allettante, ma non parla il linguaggio dei risarcimenti. La giustizia climatica è basata sulla nozione di non essere puniti per i comportamenti negativi di altri. Non approva ulteriori comportamenti negativi. Non si può sia chiedere risarcimenti che il diritto ad emettere. 
Ma molti di questi paesi non sanno ancora cos’è la diplomazia climatica, un processo che concilia richieste di risarcimento con politiche estere e di sicurezza esistenti. Vedrete casi in cui parti del governo chiedono giustizia climatica, mentre altre cercano fondi esteri per progetti legati a carbone e gas o che perseguono patti di difesa con nazioni con alte emissioni. È difficile avere entrambi. 
Per questo chiedere risarcimenti significa anche portare avanti una visione pulita, green, una che includa il salto della fase ad alte emissioni nello sviluppo economico verso un futuro più sostenibile. 
Per paesi come il mio, significa la fine  di autostrade mal progettate o piani di sviluppo urbano elitari punteggiati da piscine o campi da golf in aree colpite da siccità. Perché è triste, ma è vero che la scala di devastazione in Pakistan e in calamità climatica in ogni dove non è solo risultato del cambiamento climatico ma anche conseguenza di malgoverno, di pianificazione inadeguata, di mancanza di infrastrutture, corruzione e mancanza di responsabilità. È una cosa che deve essere riconosciuta dal sud del mondo. 
Ma questo non vuol dire rimettere l’onere ai paesi vulnerabili al clima in via di sviluppo. No. Invece, vuol dire che è tempo che nord e sud del mondo si accordino sui termini di una transizione giusta. Siamo pronti per un nuovo contratto sociale dentro e tra gli stati? 
Una strada è usare una definizione più ampia di risarcimenti. Dovrebbe prendere la forma di fondi d’aiuto d’emergenza, perdite e danni, ma dovrebbe anche includere assistenza tecnica, pianificazione adeguata e le abilità di sviluppo richieste per gestire la sfida climatica. I paesi sviluppati dovrebbero fornire questi fondi, ma anche l’accesso alle tecnologie green che possono aiutare i paesi come il Pakistan a recuperare, ma senza le alte emissioni. 
Il Pakistan sta annegando, e i cittadini sono disperati, Il loro presente è il vostro futuro. Serve una nuova era di diplomazia climatica e un segnale che ci siamo  dentro insieme in questo. Possiamo adattare, mitigare, sviluppare resilienza ma solo se investiamo insieme in questo. La logica della giustizia climatica è semplice. Rendiamo più semplice anche la politica. 
Grazie. 
(Applausi) 
Bruno Giussani: Huma, grazie. Quando ti ho presentata, ho detto che le inondazioni non hanno avuto abbastanza attenzioni dai media mondiali. Ma come ne parlano i media pachistani? 
Huma Yusuf: Grazie delle domanda. È passato un solo mese dalla dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale e le inondazioni hanno già iniziato a uscire dalle testate in Pakistan. Stiamo davvero soffrendo per il fatto che il ciclo continuo di notizie non sa come raccontare la storia, una storia così grande, una storia che vi chiede di unire i puntini a qualsiasi altra storia che racconterete, sia che si tratti di cibo, dell’economia, dell’insicurezza, di militanza  nazionale. Non c’è storia che possa essere raccontata senza raccontare questa. Sfortunatamente, credo che non abbiamo la competenza mediatica e le inondazioni stanno già sparendo dalle nostre testate. Cosa possiamo aspettarci dalla stampa internazionale? 
BG: Stanno almeno arrivando aiuti? 
HY: Stanno arrivando, ma non abbastanza e non abbastanza in fretta. Il Pakistan ha detto che servono più o meno 30 miliardi di dollari per aiutare la fase  di ripristino e ricostruzione. E siamo in un momento dove, ad esempio, credo domani l’ONU farà un nuovo appello per 600 milioni di dollari. Quindi credo non ci saranno mai abbastanza aiuti. Ci servono davvero i risarcimenti. Serve un piano migliore per come dare fondi in caso di disastri climatici come questi. Sfortunatamente, ancor prima che i fondi arrivassero, queste domande sono iniziate. Dove sono finiti i soldi che sono già arrivati? Chi li traccia? Dove si stanno spendendo? Ho paura che queste domande dissuadano l’arrivo di altri fondi, quando in realtà è ciò che davvero serve. 
BG: Vorrei dare alle persone qui un’immagine mentale. Parlando, una volta, mi hai raccontato la storia di persone dalla aree inondate che si spostano con piccole imbarcazioni e colpiscono strutture sott’acqua. Dicci di più. 
HY: Sì, avete visto le immagini iniziali. Le ho viste anch’io e nemmeno io ho visitato le aree più colpite. Solo quando ho ricevuto un video da un’amica che lavorava come reporter sul campo, che la mostrava su un barca attraversando quello che credevo un lago e poi iniziavano a colpire cose e capisci che sono le cime di pali della luce, e tetti di scuole e tetti di benzinai con i piccoli segnali pubblicitari -- lì ho davvero capito che il mio paese è sommerso. Davvero sott’acqua. Non so come si torna indietro da una cosa del genere. 
BG: Grazie per aver condiviso questa storia e per l’intervento. 
HY: Grazie per l’ospitalità. 
(Applausi) 
