Era, regina degli Dei, sedeva sul bordo del suo trono. Eco, una ninfa delle montagne, rinomata per il fascino  e l’eloquenza, la stava intrattenendo con una storia sensazionale. Ma quello che Era non sapeva era che Eco la stava solamente distraendo mentre suo marito, Zeus, se la stava spassando con qualche altra ninfa. Purtroppo per Eco, Zeus era disattento, ed Era capì cosa stava succedendo. Infuriata dal doppio gioco di Eco, e incapace di fermare l’adulterio del marito, Era decise di far tacere per sempre la ninfa. Da quel momento, Eco non poté più ammaliare il pubblico con le sue storie; poteva solamente ripetere le ultime parole dette da un’altra persona. 
Visto che i suoi discorsi divennero noiosi e la sua compagnia sgradita, Eco ne fu sempre più demoralizzata. Un giorno, Eco, passeggiando nel bosco, avvistò un ragazzo che cacciava un cervo. Era Narciso, figlio incredibilmente bello di un fiume e di una ninfa delle acque. Alla sua nascita, un veggente aveva fatto a sua madre una profezia enigmatica: Narciso avrebbe vissuto a lungo, se solo non avesse mai conosciuto se stesso. Nessuno sapeva esattamente cosa significasse. E nel frattempo, Narciso diventava un giovane orgoglioso. Il suo bell’aspetto attraeva molti ammiratori. ma lui preferiva vivere la propria vita da solo lasciando dietro di sé una scia di cuori infranti. 
Vedendo Narciso lì, Eco venne pervasa dal desiderio. Incapace di iniziare una conversazione iniziò a seguirlo. Presto, Narciso, sentì un fruscio, e gridò: “Chi va là? Chi sei tu?” Eco si palesò, ma poté solo ripetere la parola ”tu”, con una voce il più soave possibile avvicinandosi per abbracciarlo. Turbato, Narciso disse: “Lasciami andare, non posso restare.” Eco poteva solo ribattere supplicandolo a restare. Liberatosi dal suo abbraccio, Narciso disse con rabbia: “Preferirei morire piuttosto  che farmi amare da te!” A quelle parole, Eco poté solo piangere: “Amami...amami”. Narciso le ripeté ancora una volta di lasciarlo in pace, e sparì dalla sua vita. 
Eco vagò fino a una grotta. Un po’ alla volta, il suo cuore si fece pesante e il suo corpo debole finché tutto ciò che rimase di lei fu solo la voce, che il vento trasportò verso immensi spazi vuoti. Da quel momento, la si poteva sentire riverberare nella cavità delle grotte e rimbombare nelle radure deserte. 
Ma questa non era la prima volta che un cuore infranto da Narciso subisse una sorte crudele. Anche un ragazzo di nome Aminia era stato respinto da Narciso. Prima della morte, aveva pregato Nemesi, la Dea della vendetta, che anche Narciso un giorno avrebbe conosciuto le pene d’amore. Aveva ascoltato la supplica di Aminia e, assistendo alla sorte di Eco, decise che quello era l’ultimo affronto. Era giunto il momento di una punizione. Così, Nemesi portò Narciso verso uno stagno d’acqua cristallina. 
Non appena si chinò verso l’acqua per bere, vide l’immagine di un ragazzo dalla bellezza ammaliante. Mai prima d’ora, Narciso aveva visto se stesso così chiaramente. Trascorse tutto il giorno a conoscersi, ogni profilo e ogni boccolo splendenti, poi trascorse la sera a guardare il suo riflesso al chiaro di luna fino ad addormentarsi con le dita che sfioravano l’acqua. I giorni passarono, senza che Narciso si separasse dal suo primo vero amore. Se si allungava verso di lui, la sua copia faceva lo stesso; e se si piegava per dargli un bacio, anche lui piegava il viso. Ma quando cercava di abbracciare quella sagoma ammaliante, lei spariva. Alla fine, Narciso conobbe l’agonia dell’amore non corrisposto. 
Senza bere e mangiare, anche Narciso finì per deperire. Il collo dolente per il troppo sporgersi, le gambe un tutt’uno con l’erba. Quando le ninfe dei boschi passarono da lì, tutto ciò che di lui era rimasto era un fiore bianco e giallo piegato verso il proprio rilfesso, che, da quel momento, prese il nome di narciso. 
