Benvenuti alle porte dell'inferno. Ora, a seconda dei punti di vista, questo può essere un modo molto macabro, o molto appropriato per iniziare un discorso sull’azione climatica nel 2022. Dietro di me vedete un'immagine di Hell's Gate National Park a Naivasha, città della Great Rift Valley nel mio paese natale, il Kenya. So che il nome potrebbe non gridare "Turisti, venite qui!"; ma credetemi, è un bellissimo angolo di paradiso che tutti dovrebbero visitare. Ma soprattutto, potrebbe - ha le potenzialità per giocare un ruolo fondamentale nella lotta alla catastrofe climatica globale. 
Gli ultimi report dell'IPCC parlano chiaro: abbiamo iniziato troppo tardi a tagliare le emissioni. Al momento, qualsiasi soluzione realistica per evitare un surriscaldamento mortale implica non solamente un taglio drastico delle emissioni, almeno dimezzandole entro il 2030, ma anche un grande sforzo collettivo per rimuovere i gas serra dall'atmosfera a ritmo sempre più sostenuto. 
Ora, diciamocelo: la rimozione dei gas serra non è, e non può essere, una scusa per continuare a emetterli. Come l'installazione in macchina di cinture di sicurezza e airbag non è una scusa per schiantarsi volutamente contro un muro. 
Infatti, stando alle stime attuali, anche con una drastica riduzione delle emissioni dovremmo comunque rimuovere tra i 5 e i 16 miliardi di tonnellate di CO2 dall'atmosfera, ogni anno da qui al 2050. 
Per darvi un'idea della portata di questa quantità, cinque miliardi di tonnellate, il limite minimo, superano le dimensioni dell'industria petrolifera mondiale nel 2020. Non illudiamoci, quindi, che basti la rimozione del carbonio, alla scala necessaria a garantirsi la sopravvivenza per cavarcela a buon mercato. Sarà parecchio difficile da attuare. Ma allora come facciamo? 
Beh, le misure principali e più note sarebbero interventi quali la riforestazione e il recupero paesaggistico. Sostanzialmente, dare a Madre Natura il tempo e lo spazio per guarirsi. Inoltre, possiamo aumentare la quantità di carbonio nel suolo tramite l'incorporazione di biochar su vasta scala o il potenziamento dell'erosione di rocce chimicamente idonee. Si stima che, solo in Africa, dai 100 ai 680 milioni di tonnellate di CO2 in più si potrebbero rimuovere dall'atmosfera proprio grazie a questi metodi. I quali, tuttavia, richiedono molto terreno, molta acqua e molte altre risorse naturali che potrebbero frenarne l'adozione su ampia scala. In più, sono soggetti ad alcune retroazioni naturali, dovute al cambiamento climatico, cui stiamo già assistendo - tra cui gli incendi, sempre più frequenti e intensi. Tutto ciò implica che avremo bisogno di integrare questi metodi con tecnologie che accelerino, e amplifichino, i processi naturali di rimozione di CO2 dall'atmosfera. Entrino ora i membri della mia nuova boy band preferita: DAC, BECCS e BiCRS. 
(Risate) 
Si tratta di strategie ingegneristiche - basate su processi fisici, chimici e biologici - progettate per raccogliere e concentrare la CO2 in atmosfera prima di sequestrarla in sicurezza, di norma sottoterra. Mentre aumentano gli esperti al lavoro sul clima, aumentano anche l’interesse e gli investimenti in queste tecnologie, con miliardi di dollari già destinati a progetti pilota e installazioni in diverse parti del mondo, soprattutto in Europa e Nord America. La realtà, però, è che c'è ancora molta strada da fare. Gli interventi di rimozione, in tutto il mondo, hanno totalizzato a oggi circa 100.000 tonnellate di CO2 rimosse. Ma per arrivare ai miliardi di cui avremo bisogno entro il 2050 servirà un processo di ridimensionamento davvero esponenziale. Probabilmente dovremo arrivare - guardando in faccia la realtà - a qualcosa come 100 milioni di tonnellate l’anno, entro il 2030. Calcolatrice alla mano, significa un aumento di mille volte in meno di dieci anni. E indovinate un po’? Dovremo mantenere, poi, questo folle tasso di crescita per altre due decenni. 
Ed ecco una pessima notizia. Qualsiasi cosa avvicini questo settore a quel tasso di crescita nei luoghi in cui è attualmente testato, richiede alcuni duri compromessi in termini di azione climatica. Prendiamo come esempio il metodo DAC, Direct Air Capture. La principale struttura DAC al mondo si trova in Islanda: l'impianto Orca, inaugurato nel 2021, che utilizza l'abbondante energia geotermica verde per catturare la CO2, dissolverla in acqua e inettarla in profondità nel sottosuolo basaltico - dove reagisce chimicamente creando un solido stabile che rimane lì per secoli. Occorre l'equivalente di circa 2 -3 megawattora di energia per trasformare una sola tonnellata di CO2 in questo modo, a oggi. Per arrivare, di questo passo, ai cento milioni nel 2030, sarebbero necessari dai 200 ai 300 terawattora di elettricità. Parliamo di circa metà del consumo di elettricità in Germania. E tutta quell'energia dovrebbe essere rinnovabile, altrimenti faremmo due passi avanti e uno e mezzo indietro. 
Ora, è ragionevole aspettarsi e pensare che vedremo miglioramenti notevoli nell'efficienza energetica di queste tecnologie imparando, adottandole, come usarle al meglio. Ricordiamoci che probabilmente, tuttavia, la priorità per fermare ora il cambiamento climatico è rallentare le emissioni attuali. E quindi, implementare queste tecnologie proprio laddove le emissioni da combustibili fossili potrebbero essere ridotte non ha senso. In sostanza, ogni unità di energia rinnovabile resa operativa in luoghi come il Nord America ed Europa dovrebbe essere orientata alla sostituzione, e al ritiro, delle fonti fossili esistenti. Siamo un po' bloccati insomma, non trovate? Questa tecnologia va diffusa: il costo del DAC deve scendere, e la sua efficienza aumentare, da subito. Ne va, letteralmente, della nostra vita. Ma al contempo, non ci riusciremo se non a scapito di altri, altrettanto urgenti, imperativi climatici. 
I luoghi adatti allo scopo, quindi, devono avere tre caratteristiche. Uno, condizioni geofisiche adatte: le zone geotermicamente attive, con abbondanza di basalto poroso, sono un buon esempio. Due: un'elevata quantità di energie rinnovabili. E tre, devono essere privi di fonti non rinnovabili disponibili, che potrebbero essere utilizzate per sostituire quelle rinnovabili. 
E questo ci riporta all’Hell's Gate National Park. Eccone un'altra visuale, che meglio illustra il suo potenziale. Questo è uno degli impianti elettrici che costituisce l'impianto geotermico di Olkaria, che fornisce circa un terzo dell'elettricità utilizzata in Kenya. Esatto: il mio paese natale non solo è alimentato al 92% da fonti rinnovabili, sparse per tutto il territorio; ma la sua installazione principale è perfettamente integrata in un vero e proprio parco nazionale. Tra le varie sezioni dell'impianto, si vedono mandrie di zebre pascolare in pace, a ogni ora del giorno. 
È uno spettacolo. 
Con poco meno di 1000 megawatt, Olkaria è un impianto di tutto rispetto: è uno degli impianti geotermici più grandi al mondo. Eppure, sfiora a malapena il potenziale energetico del Kenya. Ci sono 10 gigawatt nel Paese di fonti geotermiche di alta qualità, ampiamente note e pronte ad essere utilizzate. Per di più, il Kenya è dotato di ottime risorse eoliche e solari, che sono state a malapena sfruttate. Siamo all'equatore, dopotutto. In Kenya ci sono circa 50 gigawatt, stimati per difetto, di energia rinnovabile potenzialmente sfruttabile, a cui si può accedere con adeguati investimenti. Tuttavia, il Kenya resta un paese povero di energia, dove negli ultimi anni, malgrado notevoli progressi, più di un quarto della popolazione non ha ancora accesso ai servizi elettrici essenziali. E i prezzi, per chi vi accede, sono quasi il triplo di quelli pagati dalle controparti in Paesi come India e Cina. 
Bene, ora potreste chiedervi: "D'accordo James: ma se fosse vero che il Kenya ha a disposizione tutta questa energia rinnovabile, e tutta questa gente affamata di energia, allora prima di fare questo intervento sulle innovazioni climatiche non dovremmo prima tenere un TEDTalk sull'accesso all'energia?" E avreste anche ragione... se non fosse per un crudele paradosso dell'economia energetica all'opera in Paesi come il Kenya. Una delle ragioni per cui l’energia è così cara, in questo Paese, è che i consumatori collegati alla rete devono pagare un surplus per l' energia inutilizzata. Parliamo di circa 1000 megawattora ogni giorno, che restano utilizzati per mancanza di domanda delle imprese. Per giunta, questi prezzi esorbitanti rendono il Paese meno allettante, e meno competitivo, per produttori e altre utenze energetiche in cerca di siti industriali adeguati. 
Per farla breve, il motivo per cui il keniota medio non può permettersi energia pulita e rinnovabile, malgrado questa abbondanza naturale, è questo circolo vizioso estremamente frustrante in cui: potremmo avere tutta l'energia necessaria se solo qualcuno investisse in impianti di energia rinnovabile; gli investimenti partirebbero se solo arrivassero industrie disponibili a utilizzare quell'energia; quelle industrie arriverebbero se solo i costi energetici scendessero; e i costi energetici scenderebbero se solo ci fosse domanda sufficiente. È allucinante. Ma ci indica anche la strada per un'enorme, tripla opportunità. 
Prima di tutto, introdurre la DAC, e altre tecnologie climatiche energivore, in zone come la Rift Valley, darebbe loro lo spazio e la capacità necessaria per svilupparsi a livello planetario. Senza concorrenza, e senza i compromessi cui sarebbero costretti in altre parti del mondo. Al contempo, questa base industriale energivora crea all'istante l'opportunità per stimolare gli investimenti nella crescita del potenziale rinnovabile del Paese, creando le condizioni economiche adatte per fornire a milioni di persone l'energia produttiva necessaria a migliorare la propria qualità di vita. In più, introdurre queste nuove, promettenti tecnologie nel continente con la forza lavoro più giovane, e a più rapida crescita, potrebbe stimolare le loro energie, e la loro creatività trasformandoli in innovatori e solutori climatici: in pratica, la forza lavoro più grande al mondo si metterebbe al lavoro sul problema più grande al mondo. 
Io la chiamo "Great Carbon Valley". Ed è solo uno dei modi in cui l'Africa può fungere da presidio contro un disastro climatico, L'Africa è già il continente più vicino allo zero netto pro-capite, e che meno contribuisce al cambiamento climatico. 
Aggiungerei che può fare di più, e diventare il primo continente a emissioni nette negative. Siamo abituati ad associare al continente alle sue foreste, paludi, praterie e zone umide da preservare. E certamente dovremmo continuare ad investire nelle comunità indigene, nei piccoli agricoltori e negli innovatori locali, che proteggono ed espandono i pozzi di carbonio naturali. Ma questo non dovrebbe farci scordare che l'Africa offre anche una sede ideale per testare l'impego su vasta scala di tecnologie climatiche innovative. 
Qualunque sia la narrazione che più risuona in voi, resta un punto fermo: è ora di superare l'idea, ormai arretrata, dell'Africa come una povera, indifesa, disperata vittima del cambio climatico. L'Africa e la sua gente, al contrario, hanno un grande potenziale: potrebbero, e dovrebbero, diventare l’avanguardia climatica del mondo. 
Grazie. 
(Applausi) 
