Ecco cosa mi dà speranza per l’umanità. Credo che possiamo cambiare  la nostra natura umana in meglio. Questa occasione è unica. Determina dove ci collochiamo nella storia, proprio adesso. Nessun’altra generazione si è ritrovata a questo punto, prima di noi. 
L’homo sapiens è stato in circolazione  per circa 300.000 anni. Altre forme di vita umanoide  sono andate e venute. Ne abbiamo trovato le tracce. Ne abbiamo ricostruito la storia. Ma siamo noi la storia di successo. Siamo sopravvissuti a disastri naturali, carestie, alluvioni, terremoti, epidemie, mammut lanosi, e casini di nostra creazione. Siamo intelligenti, senza dubbio. Il punto è: siamo abbastanza intelligenti da sopravvivere alla nostra intelligenza? Non sembra promettere tanto bene  al momento, giusto? 
(Risate) 
Ci ritroviamo di fronte alla possibilità  di un conflitto mondiale. Se si concretizzerà, sarà la nostra Terza Guerra Mondiale in poco più di 100 anni. Se la violenza di Putin si fermasse oggi, il problema non svanirebbe. D’altronde in tutto il globo l’autoritarismo minaccia la democrazia. Mi chiedo se come specie possiamo sopravvivere a tutto questo. Anche laddove quelle minacce sparissero. Quelli che vivono nella bolla di cristallo creata dal loro pensiero magico non saranno protetti dalla realtà  del cambiamento climatico. Eppure, ancora continuiamo a surriscaldare il pianeta. Ancora continuiamo a inquinare la terra. Ancora continuiamo a depredare le nostre preziose risorse naturali. 
250 anni fa, abbiamo messo  in moto la Rivoluzione Industriale. L’età della macchina. È stato allora che abbiamo sentito le parole tanto in voga in epoca moderna. Distruzione. Accelerazione. Questo è Karl Marx, in realtà. Accelerazione della produzione: il sistema di fabbrica. Accelerazione dei trasporti: l’avvento delle ferrovie. Niente più necessità di navi  in attesa del vento, ma alimentazione a carbone e trazione a vapore. Acelerazione dell’informazione: il villaggio globale. Ed è quando abbiamo iniziato a scavare per estrarre combustibili fossili in quantità lesive per il pianeta, quando abbiamo iniziato a rilasciare diossido di carbonio nell’atmosfera, 
che in un finestra ristrettissima di spazio-tempo, gli esseri umani hanno mutato il modo di vivere su questo pianeta per sempre. Abbiamo superato le economie agricole, frutto della nostra eredità evolutiva, e siamo entrati nell’economia industriale e oltre, fin dove siamo ora. Non c’è nessun altro a cui rivolgerci. Non c’è nessun altro da biasimare. Non c’è un noi e un loro. C’è solo un noi. Vorremo continuare a essere la storia di successo dell’universo conosciuto, o stiamo già scrivendo il nostro necrologio? La specie suicida. 
Ora, io sono stata cresciuta in una famiglia evangelica. Abbiamo vissuto nel “tempo della fine”. Aspettavamo che le cose  si mettessero talmente male che Gesù sarebbe tornato per salvarci. L’apocalisse. È quello a cui le comunità prepper si preparano, diciamo. È il motivo per cui dei ricconi bianchi stanno acquistando distese di terra, sperando di poter vivere dentro una specie  di Arca di Noe dotata di wi-fi. 
(Risate) 
Possiamo avere la nostra fine dei giorni, se proprio lo vogliamo. Sappiamo come. Ce l’hanno insegnato  le religioni, la fantascienza, i film. Siamo gli unici in grado  di provocare l’apocalisse. Ma siamo anche gli unici in grado di salvarci, se riusciamo ad accettare  che, come specie, l’homo sapiens dovrà  evolversi ulteriormente. E questo mi infonde speranza, perché abbiamo i mezzi  per evolverci ancora. E parlo di Intelligenza Artificiale. 
Ora, non intendo dire che i nerd erediteranno il pianeta. Mi dispiace, nerd. Non succederà. 
(Risate) 
Non voglio parlare dell’obiettivo a breve termine dell’IA. Il termine “intelligenza artificiale”, coniato da John McCarthy, ci è di qualche utilità ora? Io preferirei chiamarla piuttosto intelligenza alternativa. E penso che il genere umano sia in cerca di una qualche intelligenza alternativa. 
Nel 1965, Jack Good parlò dell’IA come della nostra ultima invenzione. Lui intendeva la superintelligenza, quel tipo di cosa che allarma Bill Gates e Elon Musk. Sapete, una quadro alla “Terminator”. Il “noi e loro” definitivo. Ecco, credo che quello abbia a che fare con la nostra mentalità catastrofista. Non dobbiamo scegliere  l’apocalisse per forza. 
Jack Good lavorava a Bletchley Park con Alan Turing 
durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppando la prima macchina informatica che avrebbe decifrato  il codice Enigma dei nazisti. Dopo la fine della guerra, Turing, alle prese con i problemi di un computer  programmato a nastro magnetico, aveva in mente un sogno più grande. E nel 1950, Alan Turing  pubblicò un articolo scientifico intitolato ”Computing Machinery and Intelligence”. Lì c’è un capitolo, dal titolo “L’Obiezione di Lady Lovelace”, in cui Turing viaggia indietro nel tempo, a 100 anni fa per intrattenere una conversazione  con la luminare da lungo scomparsa, Ada Lovelace, la prima persona ad aver scritto programmi matematici per il computer non ancora messo a punto dall’amico Charles Babbage. Ada scrisse che oltre a fare cose incredibili coi numeri, se programmato correttamente, il computer sarebbe stato in grado di scrivere romanzi  e comporre musica. Era una prospettiva niente male per essere il 1843. 
“Ma,” disse Ada, “il computer non dovrà mai avere alcuna pretesa di dare origine a nulla.” Intendeva come processo  creativo autonomo. Il padre di Ada era Lord Byron, il poeta più famoso d’Inghilterra. E l’Inghilterra è anche la patria di Shakespeare. E altri poeti. Ada aveva visto il kit di Babbage sparpagliato sul pavimento, e non aveva avuto una visione steampunk  di una macchina a manovella, alimentata a pepite di carbone,  fatta di bulloni, cornici, leve, ingranaggi e catene in grado di creare poesie. 
“Bene”, disse Alan Turing, “quindi Lady Lovelace aveva ragione?” Si potrebbe mai ritenere un computer  in grado generare qualunque cosa? Quindi quale sarebbe la differenza  tra intelligenza computazionale e intelligenza umana? 
Vi presento una differenza, abbastanza ottimistica. La potenza di calcolo informatico  utilizza il codice binario, ma l’intelligenza informatica no, è non-binaria. Sono gli umani, quelli ossessionati da false opposizioni binarie. Maschio, femmina. Maschile, femminile. Bianco, nero. Umano, non umano. Noi, loro. L’IA non ha colore della pelle. Non ha razza, né genere. Non ha fede in un dio del cielo. L’IA non ha interessamento  in una superiorità dell’uomo sulla donna, né nell’idea che i bianchi siano più intelligenti dei neri. Etero, gay, trans non sono categorie  a sé per l’Intelligenza Artificiale. L’intelligenza Artificiale non distingue il successo dal fallimento misurando lingotti d’oro, yatch e Ferrari. L’IA non è mossa da fama e fortuna. Se creassimo un’intelligenza alternativa, sarebbe buddista nel suo non-attaccamento. 
(Applausi) 
Ora, sono consapevole che gli algoritmi onnipresenti nella vita di tutti i giorni siano razzisti, sessisti, genderizzati, banalizzanti, e che alimentano la divisione e radicalizzano la polarizzazione. Ma questo cosa ci insegna riguardo a noi stessi? L’IA è uno strumento. E siamo noi a usarlo. Odio e disprezzo, denaro e potere sono specialità nostre, non dell’Intelligenza Artificiale. Siamo stati costretti  a riconoscere la carenza, la fallacia della nostra raccolta dati. Eppure gli umani sono preparati  per raccogliere dati. Abbiamo dovuto riconoscere  le ideologie misconociute a cui ci rifacciamo ogni giorno. Razionalità, neutralità, logica, obiettività decisionale. Che possiamo dire su tutto questo quando scorgiamo il riflesso di ciò che siamo su un piccolo schermo e notiamo che non è un bello spettacolo? L’IA non è ancora autocosciente. Ma noi stiamo diventando più autocoscienti grazie all’IA, realizzando così che l’homo sapiens  non è più adeguato allo scopo. Ci serve un nuova versione. E allora cosa sceglieremo, l’apocalisse o un’alternativa? 
Io credo che gli umani abbiano  un futuro stabile come specie ibrida, mentre cominciamo a fonderci  con le biotecnologie che stiamo creando, sia che si tratti di nanorobot in circolo nel flusso sanguigno, che monitorano i nostri sistemi vitali, o di editing genetico. Sia che si tratti di stampa 3D di parti del corpo su misura, o di impianti neurali che permetteranno di connetterci alla rete e l’un l’altro, immagazzinando informazioni e potenziando le nostre capacità cognitive. E se riusciamo a caricare in rete la nostra coscienza, Io penso che il passaggio dal mondo transumano a quello postumano apparirà naturale,  una necessità evolutiva. 
Come faccio a dirlo? Perché per millenni, tutti gli umani sono stati ossessionati dal grande dilemma, l’assurdità della morte. Ci siamo chiesti: “Abbiamo un’anima?” Abbiamo vegliato lo spirito in attesa che lasciasse il corpo. Abbiamo creato la prima startup innovativa al mondo: l’aldilà. 
(Risate) 
Ora è diventata una multinazionale, con un enorme portfolio immobiliare virtuale. Una villa tra le nuvole. La nostra primissina opera letteraria in forma scritta, L’Epopea di Gilgamesh, è un viaggio alla ricerca di un’ipotetica vita dopo la morte. Ma cos’è questa vita dopo la morte? È l’estensione dell’essere oltre ogni limite biologico. 
Ora io sono una scrittrice e mi chiedo, abbiamo raccontato la storia all’indietro? Sapevamo da sempre che saremmo arrivati qui, in grado di creare il tipo  di superintelligenza che reputiamo abbia creato noi? Dicono siamo stati creati a immagine di Dio. Dio è eterno. Dio non è un’entita biologica. 
A partire dall’Illuminismo, scienza e religione hanno preso strade separate. La scienza ha sostenuto che il giudizio divino, tutta quella faccenda sull’aldilà, fosse follia, ignoranza, superstizione. Ma mettiamo fosse un’intuizione. Mettiamo fosse l’unico modo per parlare  di qualcosa che conoscevamo, una profonda verità fondamentale, e che questa non è la conclusione. Che questa non è la fine della storia. Che non siamo creature mortali intrappolate nel nostro corpo. Che c’è altro da vedere. Mi affascina che informatica, scienza e religione come rette parallele che si incontrano  eccome nello spazio, ora si stiano ponendo la stessa domanda: la coscienza è legata a una materialità? 
Ora, accetto che l’intelligenza delle macchine sfiderà l’intelligenza degli umani. Ma il mito del mondo è costruito attorno a una serie di storie che presentano uno scontro tra un’entità umana e una non umana. Pensate a Giacobbe, che lotta con l’Angelo. Pensate a Prometeo, che ruba il fuoco agli Dèi. Durante questi scontri, ambo le parti vengono trasformate, non sempre in meglio. Ma di solito accade. Abbiamo pensato  a queste cose da sempre. Ora è tempo di realizzarle. Magari potremo avere  anche cose simpatiche. Chi vuole il suo angelo  artificiale custode? Io. 
C’è un messaggio in una bottiglia su questo risalente a 200 anni fa. Quando Ada Lovelace era impegnata a venire al mondo, suo padre, Lord Byron, era in vacanza sul Lago di Ginevra col suo amico, il poeta Percy Shelley, e la moglie di Shelley, Mary. Durante un weekend uggioso senza internet, Byron disse: 
(Risate) 
“Scriviamo qualche storia horror.” Conoscete il resto. È lì che nacque il mostro più famoso al mondo, Frankenstein. Siamo nel 1816, l’inizio della Rivoluzione Industriale. Mary Shelley aveva solo 19 anni. In quel romanzo, c’è un esempio di intelligenza alternativa, fatta di pezzi di cadaveri presi da un cimitero ed elettricità. Un’idea sbalorditiva perché l’elettricità non era affatto in uso per usi pratici specifici ed era a malapena riconosciuta come una forza. Conoscete la trama della storia. Il mostro non ha nome, né istruzione. È abbandonato dal suo creatore  terrorizzato, Victor Frankenstein. E tutta la vicenda culmina  con una caccia tra i ghiacci artici, in un Armageddon di morte e distruzione. Il desiderio di morte  da cui gli umani sono così attratti dipende forse dall’idea che è più facile arrendersi, che tirare avanti. 
Noi siamo la prima generazione che può leggere il romanzo  di Mary Shelley nel modo giusto, come un segnale che attraversa il tempo, perché anche noi potremmo  creare un’intelligenza alternativa, non da resti umani in decomposizione o servendoci dell’elettricità, ma con i zero e gli uno del codice. E come andrà a finire? Sarà utopia o distopia? Questo sta a noi. I finali non sono scolpiti nella pietra. Noi cambiamo la storia  perchè noi siamo la storia. 
Ora, Marvin Minsky ha chiamato l’intelligenza alternativa i “figli della nostra mente”. Potremmo noi, da fieri genitori, accettare che la nuova generazione, quella che creeremo, sarà più intelligente  di quanto lo siamo noi? E potremmo accettare  che quella stessa nuova generazione non dovrà necessariamente svilupparsi su un substrato fatto di carne? 
Vi ringrazio. 
(Applausi) 
Grazie. 
Grazie mille. Grazie. 
Vi ringrazio. 
Helen Walters: Jeanette, resta pure qui. Ho alcune domande. 
Jeanette Winterson:  So che volete il vostro pranzo. Anch’io. 
(Risate) HW: No, restate ancora. Ok, è stato incredibile. Ti ringrazio. Cosa diresti sulle nostre probabilità di sopravvivenza? 
JW: Ascolta... 
(Risate) 
Sono un’ottimista. Sono una ragazza dal bicchiere mezzo pieno. Ma so che il tempo sta finendo. Il tempo è la risorsa  più preziosa che abbiamo e non ce n’è poi tanto. Se lo capiamo in fretta, può davvero funzionare. Al contrario, ci ritroveremo a combattere con bastoni e pietre per qualche briciola di cibo e goccia d’acqua su un pianeta surriscaldato tra le rovine di un mondo tirannico. 
Però... 
(Risate) 
Ok. Però possiamo fare la cosa giusta. È per questo che sento che siamo già passati da questo punto, e potremmo sparire di nuovo  nello spazio-tempo. Poi dovremo aspettare miliardi di anni  per ritornare, il che sarebbe una rottura. 
Per cui non facciamo cretinate. 
(Risate) 
(Applausi) 
HW: Ho un’altra domanda. Volevo avere giusto un confronto a quattr’occhi. Non facciamo cretinate. Ok. 
JW: È il messaggio di tutto l’evento: “Non facciamo cretinate.” 
HW: Aspetta però, ho un’altra domanda. 
JW: Avrei risparmiato 12 minuti e 55 secondi. 
HW: Sì, be’ allora sarà il titolo con cui lo pubblicheremo online. 
JW: “Non facciamo cretinate.” 
HW: Vorrei parlare di amore. Nella tua autobiografia, che tutti dovrebbero leggere, “Perché essere felice  quando puoi essere normale?” L’ultimissima parte del libro... è un bel titolo. La fine parla d’amore. E qui scrivi:  ”L’amore. La parola difficile. Dove tutto comincia,  dove sempre noi ritorniamo. L’amore. La mancanza d’amore. La possibilità di amare.” Ora, non voglio contaminare Ada Lovelace, che tanto teneva all’originalità. Ma che mi dici dell’amore? Che ruolo avrà l’amore  nell’intelligenza alternativa? 
JW: Lo insegneremo. 
HW: Lo faremo? JW: Certo. Chi tra voi si sia innamorato del proprio orsetto, cioè tutti quanti, sa che vuol dire avere una forte relazione con una forma di vita non biologica. 
(Risate) 
HW: Jeanette Winterson, io ti adoro. 
JW: Ti ringrazio. HW: Grazie a te. Grazie tante. 
